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Cara Befana ti scrivo, così mi distraggo un po’…

Ho trovato il testo che segue quasi per caso, è una lettera indirizzata all’amata befana di tante piccole pesti… complice la recente dipartita del Dalla nazionale e il titolo che lo ricordava ho passato 5 minuti a leggerla e mi è piaciuta così tanto da avere il desiderio di non “perdermela” per strada. Merita sia nei toni che nei contenuti… 🙂

Carissima Befana,

sulla coda di questo difficile 2012, come sulla scia di una cometa foriera di presagi preoccupanti, ho deciso di scriverti poche righe.

Ho scelto te, al posto di Babbo Natale, forse perché mi sto concedendo pochi istanti amarcordiani: sto tornando con la memoria ai Natali della mia infanzia, a quando con mio fratello indirizzavamo alla Befana i nostri desideri, perché sapevamo che i doni sarebbero arrivati con lei. Sebbene le possibilità economiche fossero diverse da quelle di oggi i regali erano semplici e frugali… come la festa dell’Epifania, con i suoi rituali di preparazione e attesa… La tazza del latte lasciata sul tavolo o sul davanzale della finestra in cucina, perché la mamma alimentava i nostri sogni suggerendoci strategie in attesa del tuo arrivo.

Sto scrivendo a te, anche se in quelle lontane notti non sono mai riuscita a vederti, perché ti immagino come una vecchia d’altri tempi, una donna dal cuore grande, e so che quando entrerai nelle nostre case quest’anno quell’enorme cuore ti si stringerà un po’.

Vedrai famiglie diverse da quelle che eri abituata ad incontrare in questi ultimi anni. No, non parlo, solo, di famiglie allargate, coppie di fatto, nuclei arcobaleno. Quelle che vedrai sono famiglie sparpagliate dalla crisi, in cui non esistono più ruoli definiti: padri che non possono più mantenere i bambini perché hanno perso il lavoro; nonni che non hanno diritto alla pace della vecchiaia perché devono mantenere i figli genitori, giovani alti e forti, resi però fragili dalla paura del domani. Padri che non sono più padri e figli che non sono più figli.

Fino a qualche anno fa a Natale, con i bilanci di fine anno, i problemi si ponevano nel merito di possibili ascese di carriera, in termini di eventuali promozioni e premi di produzione. Nei volti di tutti invece in questi giorni ho letto incertezza, in qualcuno addirittura il terrore: nessuno sa se con l’anno nuovo verrà rinnovato il proprio contratto, o ci saranno ancora – non prospettive – soltanto possibilità.

Il cancro della crisi si è esteso e la fascia media, quella che in alcuni paesi è stata già falcidiata, non è più al sicuro. Ci guardiamo intorno spauriti, in cerca di quegli ammortizzatori sociali, del grande ombrello del Welfare sotto al quale qualcuno – in condizione di reale indigenza – ha trovato riparo negli anni passati; mentre qualcun altro ha abusato di quello che credevamo tutti uno Stato assistenziale, da mungere fino al midollo. E adesso brancoliamo nel buio e abbiamo paura, senza alcuna rete sociale che non sia la famiglia: una famiglia composta soprattutto da quelle persone anziane che la modernità cercava di relegare in disparte come fascia improduttiva – non giovane, non bella, non efficiente – e che ora, da peso e zavorra, sono diventate improvvisamente la nostra rete di Welfare.

Cara Befana, chi prima poteva mantenere i propri bambini e forse anche i vecchi genitori, adesso vede messo in discussione il proprio ruolo e ritorna allo stato di figlio, in cerca di protezione e quasi di una reinfetazione che ci faccia dimenticare tutto questo. E chi ancora ce la fa, si sporge sull’orlo del baratro in attesa che qualcuno gli comunichi che non farà più parte della società produttiva. Ma c’è qualcosa di più gravoso ancora. Il senso di devastazione è pari al bisogno di ascolto e di solidarietà. Peccato che paradossalmente saresti proprio tu a dover rappresentare tale punto di riferimento per quanti hanno già compiuto il loro ciclo di vita e per coloro che alla vita si affacciano adesso.

E invece sei lì, improvvisamente inutile ed incompiuta, tra due generazioni disorientate forse anche più di te, in un completo ribaltamento di tutti i ruoli sociali.

Nessuno è più al sicuro. E’ quindi possibile, cara nonnina Befana, che visitando le nostre case assisterai a scene che non vedevi da molti anni. Dopo innumerevoli Natali improntati al consumismo, alla fretta, allo scambio di regali quasi fossero merci, vedrai di nuovo persone intorno alle tavole apparecchiate – non trovo appropriato il canonico e abusato aggettivo imbandite – cercarsi e ritrovarsi.

Qualcuno di noi rovisterà nella propria famiglia in cerca dell’antico senso dello stare insieme, quasi possa trattarsi di un vecchio puntale accantonato in un baule; domanderemo ai nostri cari sostegno emotivo e riparo dal freddo della vita; ci scambieremo conforto e appianeremo i nostri sterili contrasti, dimenticandone anche il senso; qualcuno fingerà per garantire almeno attraverso un sorriso che tutto vada bene e costui rappresenterà il fulcro della famiglia e della festa; molti si arrabbieranno in cerca di ciò che non tornerà più. Potrai vedere anche chi troverà il coraggio e l’umiltà di parlare dell’ansia che ha in petto e troverai persone insospettabili partecipare ai pranzi della solidarietà, dalla parte di chi ha bisogno, ma anche da quella di chi ha voglia di dare una mano agli altri.

Neanche tu, Befana, come tutti noi, sai che cosa accadrà. Forse la profezia dei Maya andrebbe riletta secondo un senso differente: il nostro mondo è definitivamente morto. Non siamo stati sterminati come razza umana: ad essere giunto al declino è un sistema di vita senza alcuna misura. Esiodo parlava di hybris, la tracotanza, il superamento del limite di cui si macchiavano gli uomini, che scatenava necessariamente la némesis, in greco la vendetta degli dèi, l’ira, lo sdegno e la loro terribile punizione.

Credo che tutti noi ci siamo macchiati di questo crimine. Non intendo cercare responsabilità: non io. Ma mi piacerebbe che tutti abbassassimo i toni e ci abbandonassimo ad una riflessione intimistica, sincera quanto spietata e laica, sui veri peccati del mondo.

Mi piacerebbe che tutti i potenti, nella consapevolezza di aver rubato e sottratto risorse a questo Paese, facessero un esame di coscienza e si rendessero conto di quanto abbiano, in parte anche purtroppo con il nostro tacito consenso, impoverito la vita delle persone portandoci via – come il proverbiale uomo nero – speranza e forse anche, purtroppo, parte di futuro.

Ognuno di loro dovrebbe sentirsi responsabile a tal punto da rivisitare le cose partendo da essi stessi. Basterebbe così poco. Tornare a sistemi di vita più equilibrati per assestarci tutti su una crescita più equa, giusta e solidale; tornare alle buone regole e all’onestà e operare contro la corruzione e lo spreco. La loro divisa sia “Vincit omnia Veritas” e la morale sia una politica che torni ad essere di servizio alla collettività e che restituisca a tutti noi la speranza in un domani migliore!

Testo di Federica Cordone www.monrealenews.it

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